Tutto è perfetto: il piatto preferito dei bambini è cotto a puntino, la tavola è apparecchiata, le manine lavate, i visi sorridenti. Ogni cosa promette bene, questa volta ci godremo una cenetta serena. Cominciamo a mangiare, chiacchieriamo, parliamo… ma ecco che all’improvviso un giovane commensale assume quello sguardo da tecnico-di-laboratorio-a-caccia-di-microbatteri e con la punta della forchetta, in un angolino invisibile scova un minuscolo puntino scuro… Orrore! Il sogno è finito: c’è un pinzillicchio nel piatto! Il pinzillicchio, le mamme lo sanno, può essere una macchia, un puntino, una qualsiasi forma irregolare che non siamo riuscite a eliminare in tempo e che ora blocca all’istante l’appetito dei bambini (in genere tra i 4 e i 7 anni). Inutile dire non è niente, mangia. Il giovane scienziato l’ha visto e non si torna più indietro.Nel tempo l’ossessione passerà. Per ora consoliamoci pensando che forse è l’istinto che guida i bambini a cercare e scartare le macchie scure, che nel mondo naturale possono essere sinonimo di “marcio”. Invece di minimizzare, indaghiamo con loro, aiutiamoli a osservare quelle macchie: questo è il segno della grandine, qui è passato un bruchino, questo è un pezzetto di prezzemolo… e lasciamoli liberi di spostare i pinzillicchi ai bordi del piatto. Sentirsi capiti da mamma e papà aiuta a fidarsi e a mangiare quello che resta.

 

di Federica Buglioni
(http://www.associazioni.milano.it/cucinabimbi/)

Non è una mia invenzione, è un vecchio classico, un evergreen, perfetto per dare ai bimbi più piccoli (anche prima dei due anni) la gioia di fare tante cose utili in cucina e di realizzare con le proprie mani una vera torta, semplice, soffice e buona. Niente bilance o complicati sistemi di dosaggio: si dosa tutto con i vasetti dello yogurt (o con una piccola tazza da tè).

Ingredienti:

Seduti a tavola, provo a spiegare a Giacomo che cosa è successo a Haiti, forse con l’idea che di questo Ground Zero si possa almeno parlare, che la natura è solo natura, non è crudele, non sa di far paura (sto parafrasando Eduardo de Filippo e la sua stupenda poesia O’ mare).

Giacomo è un tipo che passa all’azione, con la soluzione sempre in tasca: propone di mandare qualcosa da mangiare ai bambini al di là del mare. La prima scelta cade sul piatto di riso e lenticchie che ha davanti (quale migliore occasione per liberarsene?), ma capisce presto che non si può, che servono confezioni sigillate, cibi non deperibili e nutrienti. Cosa mandiamo allora? Pacchi di riso!

Prova subito a spiegarmi come farebbe lui per cuocerlo, se non avesse più una casa. Andrebbe a cercare la legna e accenderebbe un fuoco di fortuna, come gli uomini primitivi. Bene, e adesso ci serve la pentola. Riflette, progetta, escogita soluzioni fantasiose che poi scarta da solo. Alla fine si arrende e mi accorgo che anch'io sono un po' a corto di idee. La cena finisce in silenzio, ognuno a immaginare l'assenza, mentre il piatto che abbiamo davanti all'improvviso sembra enorme.

di Federica Buglioni

 

I bambini sono affascinati dalle parole, ascoltano e comprendono, associano suoni e costruiscono i loro logici o illogici – e buffissimi – ragionamenti. Quale famiglia non ha le sue frasi o le sue paroline curiose da raccontare? Come quella volta che in pizzeria ordinai una “spina piccola” e il mio bambino scoppiò a piangere perché lui no, le spine piccole proprio non le voleva mangiare!

In cucina noi abbiamo sempre usato il giusto nome per ogni utensile, per ogni ingrediente, per ogni operazione, e questo ha sempre agevolato il nostro lavoro: ci s’intendeva al volo. Non ho mai sentito la necessità di semplificare o generalizzare (d’altronde come si fa a chiamare semplicemente “formaggio” il parmigiano?) e ho sempre avuto la sensazione che le parole fossero “attrezzi magici” che i bambini vogliono ascoltare, anche quando non riescono a dominarli.

In cucina di parole ce ne sono tante: i nomi degli oggetti e dei cibi, i racconti, i pensieri, i vocaboli storpiati che fanno ridere… e così, tra una polpetta, una macedonia e un panino, nasce un linguaggio intimo, personale.  Ogni tanto prendo appunti, casomai dimenticassi qualcosa.   
di Federica Buglioni
A Lodi non vivono solo passeri e piccioni: ci sono pettirossi, cinciarelle, cinciallegre, merli e tanti altri uccelli, che si avvicinano facilmente ai nostri balconi se sanno di trovare una mangiatoia con qualcosa da mangiare. È bello stare in casa, al calduccio, e guardare il viavai di questo mondo selvatico scoprendo, per esempio, che il pettirosso non è proprio un tipo socievole.

Nutrire i piccoli uccelli d’inverno è corretto: in questa stagione faticano a trovare il cibo in natura e la loro mortalità è alta. Per questo nella nostra piccola mangiatoia con tettoia (nulla a che vedere con i nidi artificiali) mettiamo cibi nutrienti, come noci e nocciole spezzettate (noi le rompiamo in un piccolo mortaio), pezzetti di burro, avanzi di muesli, di biscotti o di panettone. Niente pane, non nutre abbastanza. E appena arriva la primavera… si chiude il ristorante.

La mangiatoia va tenuta pulita e il cibo cambiato spesso; gli uccellini ci mettono una decina di giorni a scoprirne l’esistenza e poi la frequentano regolarmente. Secondo me è un’esperienza preziosa per i bambini: si ricicla qualche avanzo, ci si sente utili e responsabili e soprattutto s’impara a guardare la natura con rispetto e con incanto. Non è cosa da poco perché, come diceva Dian Fossey (quella dei gorilla), per proteggere la natura bisogna prima amarla e per poterla amarla bisogna prima conoscerla.   
di Federica Buglioni